Le recenti tensioni nel Golfo Persico, in particolare attorno allo Stretto di Hormuz, hanno un impatto che va ben oltre la geopolitica. La sicurezza energetica globale dipende da questo strategico punto di passaggio, attraverso il quale transitano milioni di barili di petrolio e una parte significativa di gas liquefatto (LNG).
Le aziende italiane, pur non essendo direttamente dipendenti dall’Iran, devono fare i conti con le ripercussioni globali sul mercato energetico. In questo scenario, la volatilità dei prezzi energetici, le difficoltà nell’approvvigionamento e la pressione sui contratti di fornitura sono tra i principali fattori da monitorare.
Come possono le imprese italiane affrontare questo contesto instabile? In questo post, esploreremo i principali rischi e le azioni operative che le aziende possono adottare per proteggere i propri margini e garantire la continuità operativa.
Lo Stretto di Hormuz è una delle arterie vitali del sistema energetico mondiale. Nel 2024, circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari al 20% del consumo mondiale, sono passati attraverso questa via. Inoltre, circa il 20% del commercio globale di LNG transita per questo corridoio, con una significativa parte di carichi provenienti dal Qatar. Questo sottolinea l’importanza strategica dello Stretto di Hormuz non solo per i Paesi della regione, ma per l’intero mercato energetico mondiale.
Le tensioni nella zona influiscono immediatamente su aspettative e prezzi di mercato, anche senza una chiusura totale del passaggio. Il rischio non risiede solo in un’interruzione fisica dei flussi, ma anche nella percezione del rischio stesso, che porta ad un innalzamento dei premi assicurativi (+300% per il rischio di guerra) e della volatilità del mercato.
Le imprese italiane devono considerare che, sebbene non dipendano direttamente dalle forniture provenienti dall’Iran, l’incertezza globale può comunque influire sui costi e sulla gestione dell’energia, creando instabilità nei contratti e nelle decisioni di acquisto. Questo rende fondamentale un approccio più operativo e meno emotivo nella gestione del rischio energetico, facendo attenzione a dove nasce il rischio e come si propaga.
L’impatto diretto delle attuali tensioni geopolitiche sulla fornitura di energia non si limita alla carenza di risorse fisiche, ma si manifesta soprattutto nell’aumento della volatilità dei prezzi. La Commissione Europea ha già richiamato i Paesi membri a prepararsi per l’inverno 2026, indicando che la gestione anticipata degli stoccaggi gas può mitigare parte di questa volatilità.
I livelli di stoccaggio del gas europeo sono sotto la media degli ultimi cinque anni e questo evidenzia la necessità di un approccio preventivo nella gestione delle risorse energetiche. L’incertezza derivante dal conflitto in Medio Oriente può far salire i costi energetici e incrementare la difficoltà nei rinnovi contrattuali.
L’Italia dipende dal mercato internazionale per il gas, con una crescente importanza del LNG, che ha rappresentato il 38% delle importazioni di gas nel primo semestre 2025. Questo rende il Paese vulnerabile, soprattutto considerando che circa il 20% del commercio globale di LNG transita per lo Stretto di Hormuz.
Il rischio energetico italiano non riguarda solo le materie prime, ma anche la logistica, la disponibilità di navi e la concorrenza internazionale per i carichi di LNG.
Anche se il gas acquistato non proviene direttamente dall’area di crisi, i prezzi possono essere comunque influenzati dalla situazione nello Stretto di Hormuz. Per le imprese, questo significa che la gestione del rischio energetico non può limitarsi alla mera analisi delle fonti, ma deve considerare anche le dinamiche globali della logistica e del mercato internazionale.
Per le imprese, l’aumento dei costi energetici non si limita all’aumento delle bollette, ma si riflette anche su tutti gli altri costi associati all’energia, come i contratti indicizzati e gli oneri di rete.
Questo comporta un effetto a catena che impatta sui costi di produzione, logistica e distribuzione. Il fenomeno è particolarmente rilevante per le PMI italiane, che potrebbero affrontare una spesa aggiuntiva di circa 10 miliardi di euro nel 2026, come stimato dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre.
L’aumento dei costi dei carburanti, come benzina e diesel, influenza anche i trasporti e la logistica, creando un ulteriore stress sui costi indiretti e sui margini delle imprese. Le aziende italiane devono quindi adottare misure per monitorare e ottimizzare i consumi energetici, cercando di ridurre l’esposizione alla volatilità del mercato.
Le aziende italiane devono prepararsi a un possibile aumento dei costi energetici dovuto alla continua incertezza geopolitica. La chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz potrebbe ridurre l’offerta globale di petrolio e aumentare i prezzi, riproponendo le dinamiche di crisi già viste nel 2022.
Le imprese dovrebbero quindi verificare la propria esposizione ai contratti indicizzati e aggiornare i budget energetici, anche considerando scenari alternativi. La diversificazione dei contratti di fornitura e l’adozione di politiche di efficienza energetica possono essere misure importanti per ridurre l’impatto economico.
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Energy & Co ha ricevuto finanziamenti ottenuti tramite il Bando Europeo nell’ambito del POR MARCHE FESR 2014/2020.